Premio Letterario Viareggio-Rèpaci

Vincitore Edizione 2014

Narrativa

Francesco Pecoraro

"La vita in tempo di pace"

Motivazione della Giuria

Settant’anni di storia italiana, dal 1944 al nostro imminente futuro. Ma anche la lenta erosione della barriera corallina e la vertigine per l’architettura, la perfetta aerodinamica dei caccia inglesi durante la seconda guerra mondiale e il collasso delle Torri gemelle, la presa di Bisanzio e la spietata lotta per la sopravvivenza di Charles Darwin, la forza distruttiva della globalizzazione e la nostalgia per la condizione acquatica di un homo sapiens  che – pure sulla terraferma – rimane comunque anfibio.

La vita in tempo di pace è un romanzo onnicomprensivo, nel quale attorno alla biografia del protagonista Ivo Brandani ruotano storie e mondi diversissimi tra loro: un romanzo decisamente torrenziale anche nella mobilissima scrittura, verrebbe da dire, se all’acqua dolce Francesco Pecoraro non preferisse nettamente l’acqua salmastra dei mari in cui tutti i fiumi convergono. Così, in questo libro su un’Apocalisse che non è imminente soltanto perché forse si è già consumata senza che nessuno se ne rendesse conto, sembrano compendiarsi tutte assieme le molteplici forme della narrativa moderna: romanzo di formazione mancato e romanzo storico, confessione e invettiva, romanzo-saggio e distopia. Indietro e ancora indietro nel tempo, dal prossimo futuro a un’Italia semidistrutta dalla guerra: dove Pecoraro abbandona infine il lettore sulla soglia della Grande Matrice da cui tutte le storie, e soprattutto questa, traggono la loro origine.

Gabriele Pedullà

 

Poesia

Alessandro Fo

"Mancanze"

Motivazione della Giuria

Eccentrico e però rivolto, da lontano, a un centro (allontandosi forse per meglio mirarlo), il meditare poetico di Alessandro Fo è cresciuto fedele a se stesso fino a maturare questo libro complesso e allo stesso tempo immediato.

È vero che le fondamenta culturali e “tecniche” di cui l'autore dispone sono pari al segreto intreccio architettonico - una dottissima nota in fondo al libro fa buona guida - in cui presenze e assenze, dichiarato e taciuto, uniscono in continuo movimento, dal basso all'alto e viceversa, la parola. Ma è anche vero che la riconoscibile padronanza dei mezzi espressivi è permeabile all'inatteso, all'umore stillante della vita e del pensiero, che dissemina un sorprendente umorismo su temi e fatti pieni di gravità di domande e di attese.

Dominante è in questi versi l'atto dell'attenzione, che in una lettera del '42 Simone Weil dice essere “la forma più rara e più pura di generosità”. Un'attenzione che non si accontenta, in questo caso, delle coordinate di spazio e tempo concesse allo sguardo, ma si protende verso altre dimensioni, oltre i limiti dei sensi, rimarcando il tragitto della tensione a un aldilà del visibile come vero e necessario, e però sottraendosi - più sorpresa che delusa - alla dichiarazione di una raggiunta condizione di conoscenza. Perché si può parlare della vita, della realtà, soltanto ritracciando una geografia di Mancanze, come dice il titolo dell'opera, di quel “qualcosa di più” che si dovrebbe ma non si riesce a dire, non perché alla vita e alla realtà manchi qualcosa, ma perché sono così grandi che non si potranno mai dire intere con una sola voce.

Gian Mario Villalta

Saggistica

Luciano Mecacci

"La ghirlanda fiorentina"

Motivazione della Giuria

Il volume di Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi, 2014), è un ampio, scrupoloso e documentatissimo affresco di un periodo della nostra storia, e del delitto Gentile in particolare. È intorno a quel fatto, assassinio o atto di guerra, avvenuto il 14 aprile 1944 dentro l’auto che portava il filosofo dalla sede dell’Accademia d’Italia nella sua casa fiorentina, Villa Montalto al Salviatino, che l’autore mobilita una imponente mole di dati, vecchi e nuovi, libri, saggi, lettere, interviste radiofoniche e giornalistiche, confidenze personali, fonti d’archivio, e anche gli echi di una oralità diffusa e incontrollata, che egli s’incarica di verificare sempre leggendo e rileggendo con spirito di sistema l’intera bibliografia specialistica, storica e memorialistica, per ricostruire con modalità capillari, riversate in note che si leggono come un testo aggiunto, non solo quell’evento politico-delittuoso dall’altissima valenza storica, ma un segmento della storia italiana e della storia e cronaca fiorentina negli anni dell’agonia del regime. Non vi è dubbio che una delle qualità del libro sta non solo nell’efficienza dell’analisi storica ma nella rappresentazione del cuore nero della città e dei suoi segreti. E nella maestria con cui l’autore restaura quella atmosfera di basso impero. L’immagine di Firenze, delle sue lacerazioni, degli insanabili odi politici che la dilaniano, delle ambiguità di posizione e di ruolo, il ritratto di un fascismo morente e tanto più crudele, la foto di gruppo nell’interno urbano degli intellettuali, fascisti e antifascisti, questi ultimi non privi di profondi legami almeno affettivi e di grata consorteria accademica con la vittima, offrono uno scenario d’inconsueta drammaticità. Luci e ombre dell’Italia fascista al suo crepuscolo, ma anche dell’Italia della cultura, che sarebbe stata egemone nel dopoguerra, sulla soglia sottile tra fascismo e antifascismo, ortodossia ed eresia politica, perdizione e rinascita. Amici, nemici, soprattutto colleghi, risentimenti, invidie, viltà, segreti, tutta l’incandescente materia concentrata in una città che poco o nulla lascia trasparire di limpido e autentico. Dove pure continua a distanza di decenni a essere assai arduo scavare per conseguire un risultato certo di verità. Il metodo dello storico, docente di Psicologia generale nell’Università di Firenze, consiste in un procedimento tanto sistematico quanto lineare di biografie intrecciate l’una all’altra, di protagonisti e comprimari, politici, intellettuali, accademici, partigiani combattenti, tedeschi invasori, agenti segreti, aguzzini e criminali, esecutori dell’azione e mandanti ipotizzati e ipotizzabili, italiani o stranieri (inglesi e americani), al centro o ai margini di una vicenda di cui, nonostante alcune difficilmente smentibili acquisizioni storiografiche, si ritiene di conoscere solo una parte. In cosa consiste il significato del titolo e che cos’è la Ghirlanda fiorentina? Un taccuino in cui un italianista scozzese John Purves, incaricato di una missione segreta in Italia nella primavera hitleriana del 1938, raccolse una serie di nomi per una eventuale alleanza nel corso di una guerra contro l’Asse nazifascista. Un lungo elenco in cui, mescolata ed eclettica, appariva registrata una buona parte della cultura fiorentina e italiana dell’epoca: fascisti, antifascisti, agnostici. Che lo storico sia anche un valente psicologo dà ragione alla fine, nella galleria dei personaggi studiati e rappresentati, di alcuni esiti davvero memorabili.

Marino Biondi

 

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