Premio Letterario Viareggio-Rèpaci

Vincitore Edizione 2012

Narrativa 2012

Nicola Gardini

Biografia:

Nicola Gardini insegna Letteratura italiana all’Università di Oxford.
All’Università di Milano si è laureato in Lettere classiche, negli Stati Uniti ha ottenuto un Ph.D. in Letterature comparate. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, alcune raccolte di poesia e i romanzi "Così ti ricordi di me" (Sironi 2003) e "Lo sconosciuto" (Sironi 2007). Ha curato l’edizione delle "Poesie" di Ted Hughes nei Meridiani Mondadori. Per “Serie Bianca” Feltrinelli ha pubblicato "I Baroni" (2009).

"Le parole perdute di Amelia Lynd"

Nell'Italia degli anni settanta, l’educazione sentimentale di un ragazzo, Chino, con due grandi figure materne a confronto: Elvira, la madre portinaia di un palazzo piccolo-borghese alla periferia di Milano, frustrata nella ricerca di un riscatto sociale, e la stravagante “maestra” Lynd, di lingua madre inglese, portatrice di sapere, rigore e disperazione. Chino osserva e cresce nella distanza che separa questi suoi due mondi. E misura che passioni, che ambizioni, che esuberanza drammatica le due donne siano capaci di scatenare.

Motivazione della Giuria

Premio Viareggio-Rèpaci per la Narrativa 2012

Nel suo romanzo Nicola Gardini dipinge un suggestivo ritratto della società italiana che comincia a smarrirsi alla vigilia di un decennio oscuro, gli anni Settanta, percorsi dalla violenza del terrorismo e dalla crisi economica e dunque destinati a lasciare un segno indelebile nella nostra storia come nella sensibilità dell’adolescente protagonista del romanzo, Chino. Il punto di vista molteplice e variegato scelto dall’autore è quello di un condominio, collocato a Milano, in via Icaro. Chino è il figlio della portinaia e percepisce la sua inferiorità sociale all’interno del microcosmo condominiale respirando però i sogni della mamma, che è certa di non voler essere portinaia per tutta la vita. La nuova inquilina Amelia Lynd, descritta da Chino come “un uccello nobile e variopinto” che arreca scompiglio nel pollaio-condominio governato dalle altre “galline” diventa lo strumento attraverso cui il ragazzo si avvicina alla cultura, alla meravigliosa arte delle parole e alla loro ricongiunzione col proprio significato.

Il libro è una metafora del volo, del desiderio di elevazione che non riesce, come nel mito di Icaro. Non riesce alle galline che non possono volare (le persone che abitano gli appartamenti di via Icaro, con le loro storie di ipocrisia, di egoismo e le ristrettezze di vedute); riuscirà forse a Chino che attraverso l’insegnamento di Amelia Lynd scopre l’amore e il potere seducente delle parole, che riportano in vita significati perduti e gli ideali.

Il romanzo di Gardini, mescolando gli ingredienti della commedia e della tragedia, è un invito per l’Italia di oggi a conoscere la propria lingua, a parlare volendo dire qualcosa, a ritrovare la corrispondenza tra le parole e il loro significato, corrispondenza messa in crisi dalla cultura di massa. Una esortazione a ricercare con forza il nucleo di verità che, come insegna Leopardi, è nelle parole; un invito a credere che la cultura ci possa ancora salvare.

(Francesca Dini)

Poesia 2012

Antonella Anedda

Antonella Anedda (Angioy), nata a Roma e laureata in storia dell'arte moderna, collabora con l'Università di Lugano e con il quotidiano «il manifesto». Saggista e traduttrice, dopo l'esordio lirico del 1992 con "Residenze invernali", ha pubblicato varie raccolte di poesie, con cui ha vinto il premio Montale ("Notti di pace occidentale", 1999), i premi Dedalus, Dessì e Napoli ("Dal balcone del corpo", 2007) ed è stata nel 2003 finalista al Premio Viareggio ("Il catalogo della gioia")..

"Salva con nome"

Dai labirinti sotterranei di una memoria legata a un passato anche remoto, o addirittura pre-natale, affiorano brandelli di messaggi, volti e nomi di figure parentali, eventi di presenze ormai inghiottite dal tempo e dai paesaggi che li videro agire e soffrire. "Salva con nome" ci conduce in una dimensione inquieta tra l'atemporale e l'onirico dove le immagini si affacciano, quasi spettrali, pronte a dissolversi. Solo il nome, solo la forza della parola riesce a salvarle: una parola radicata nelle cose, nella realtà, nell'origine, come dice anche l'uso, pur molto controllato, della lingua sarda.

Motivazione della Giuria

Premio Viareggio-Rèpaci per la Poesia 2012

 

Una tessitura di parole, di forme versuali e di righe senza a capo, di scarne immagini, anzi, non una tessitura, ma qualcosa che ricorda il rammendo, o il ricamo, qualcosa di fatto con le mani, per adornare o riparare (per riparare e adornare) la fragilità, la precarietà della vita. Fili di versi, di parole e immagini che trapungono la stoffa sottile dell’assenza, dell’alterità, quella che ci separa così irrimediabilmente, ma per così poco, da chi non c’è più, ma anche dai nostri sogni, dal futuro. Parole limpide, in una costruzione poematica complessa, sempre sul confine del silenzio, in una lingua dove anche la frase più quotidiana è in forse, dove una nuova coscienza del passare del tempo porta a sentire nella veglia e nel sonno la presenza delle generazioni. Il nome allora, questa proprietà assoluta e tenue come il respiro, è lo strappo della lingua e dell’io, sempre ricucito dal rammendo della poesia. La striscia/comando, che nel computer dice salva con nome, diventa titolo di un libro in cui, ai margini della memoria, nei dettagli del perduto, si vorrebbe contrassegnare ogni istante dell’esistenza perché non passi invano.

(Gian Mario Villalta)

Saggistica 2012

Franco Lo Piparo

Franco Lo Piparo è ordinario di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo. Tra i suoi lavori: "Aristotele e il linguaggio" (2003), "Saussure et les Grecs" (2008), "Sicilia linguistica" (1987), "La proposition commegnomon discret du langage" (2008). Studia il linguaggio come cartina di tornasole di aspetti nascosti di fenomeni non linguistici. In "Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci" (1979) documentò la provenienza dagli studi universitari di glottologia della nozione gramsciana di egemonia. Recentemente in "Gramsci and Wittgenstein: an intriguing connection" (2010) ha mostrato la strana e imprevista influenza di Gramsci su Wittgenstein via Sraffa.

"I due carceri di Gramsci"

La prigione fascista e il labirinto comunista Perché i Quaderni del carcere sono 33, e non 34, come annunciato dallo stesso Togliatti? Gramsci sapeva che Sraffa trasmetteva le sue lettere a Togliatti? Nonostante la successiva «vulgata» del partito di un Gramsci «morto nelle carceri fasciste», egli passò gli ultimi due anni e mezzo in libertà condizionale. Come mai avrebbe smesso quasi completamente di scrivere? E perché non riprese i contatti con i vertici del partito e dell’Internazionale comunista? Per tentare di rispondere a queste domande, Lo Piparo parte da un indizio, esaminando con la lente del linguista la lettera di Gramsci a Tania del 27 febbraio 1933 che la cognata definì, per la sua scrittura allusiva, «un capolavoro di lingua esopica» e ne fa il grimaldello con cui forzare lo scrigno della complessa personalità, politica e umana, del prigioniero.

Motivazione della Giuria

Premio Viareggio-Rèpaci per la Saggistica 2012

Per generazioni di lettori e di militanti l’epistolario carcerario di Antonio Gramsci ha rappresentato qualcosa di più che un documento eccezionale della lotta contro il fascismo. Debitamente selezionate, le lettere del segretario del Partito comunista dal carcere di Mussolini delineavano soprattutto una biografia esemplare e un modello per le generazioni future. Il Premio Viareggio, nel 1947, giunse anche per questi motivi. Negli anni, però, la pubblicazione integrale del carteggio ha progressivamente complicato questo quadro sin troppo lineare. Diversi tasselli nella ricostruzione ufficiale non tornavano più: a poco a poco emergevano gli attriti con la cognata Tania, e attraverso di lei con il Partito comunista in esilio; venivano alla luce i condizionamenti della censura fascista; la stessa famiglia Schucht risultava lacerata al proprio interno, in un intreccio di passioni pubbliche e private. Alla luce di queste scoperte, quello che – nella sua presunta cristallina chiarezza – per un cinquantennio almeno era stato un testo chiave della pedagogia democratica, è diventato a poco a poco un corpus epistolare carico di interrogativi ancora irrisolti. Analizzando un pugno di lettere decisive, Franco Lo Piparo ci porta al centro del dramma umano e politico di Gramsci: impegnato a lottare per la propria liberazione, sempre più in rotta con il sistema stalinista, consapevole delle pressioni che l’apparato sovietico era in grado di esercitare su di lui attraverso la moglie e i figli rimasti a Mosca. La scrittura in codice di Gramsci per far giungere la sua voce fuori dai “due carceri” diventa così la metafora perfetta di un’età di ferro nella quale i singoli individui sono stati spesso sacrificati all’implacabile necessità della ragion di Stato. Sino a suggerire l’ipotesi – oggi non più così incredibile – dell’esistenza di un ulteriore quaderno del carcere fatto scomparire da Palmiro Togliatti nel dopoguerra per occultare il progressivo distanziamento di Gramsci dal mondo sovietico.

(Gabriele Pedullà)

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